categoria:fantasmi, arte, religione, fotografia, avventure, ritorno, assedio, case fantasma
vanno e vengono
nelle orecchie negli ooooooocchi
e nel buco del culo. Hanno la forma
dello Zeppelin quando si squarcia e brucia
e baciano la bocca in bocca
e mettono in testa
idee tipo il cazzo my way.
(...)
e Lilo e Sticchio? e Ficahontas?
andiamo a disseminarci nei garage
onde lavare l'onta
d'esserci dati
senza mai essere nati.

L'Italia non esiste più disse l'ufficiale
sarete trasportati a Dachau
e trasformati in biscotti per cani
una montagna di spranghe fra i binari
fuori pioveva presi la prima a destra
entrai nella rosticceria cinese
mi siedo al banco e mangio verdure al vapore
accanto a mia madre che piange
Caro M.s.s.p.i.b., dove avremmo scritto che siamo grandi artisti incompresi? Noi siamo grandi artisti e basta: come tali, non ci siamo mai neppur posti il problema di essere "compresi" o "incompresi". Possiamo capire che, agli occhi del volgo, tale possa apparire il problema essenziale non solo dell'"essere artista", ma dell'"essere uomo" in genere: l'esistenza dell'uomo del volgo non è forse tutta dolorosamente volta ad adeguare il proprio linguaggio ad una generica, media (e, pertanto, insignificante) "comprensibilità"? Ti assicuriamo, ad ogni buon conto, che non è così. E se ci rivolgiamo a te con malcelato paternalismo, è perché il tuo livore ci intenerisce: sicuramente, sei molto giovane. E, probabilmente, anche curioso e intelligente. Se non lo fossi, non saresti venuto qui a lasciare il tuo commento (è vero che ti abbiamo provocato per indurti a farlo, ma ciò nulla ti toglie). Però, nel caso specifico, etichettandoci come "artisti incompresi", hai obbedito ad un automatismo "volgare" (“dal momento che io non li comprendo, gli artisti sono tutti incompresi”) che, se da un lato non aggiunge nulla a ciò che già si sapeva sulla fama degli artisti presso il volgo, dall'altro non ci tocca minimamente, poiché manca il bersaglio. Questa non vuole essere un'accusa a te nello specifico, ché sei responsabile solo parzialmente di ciò che scrivi, quanto piuttosto agli automatismi che ti fanno scrivere. Automatismi leggibili, oltre che nel contenuto del commento, anche nella scelta (se di scelta si può parlare) formale dell'anonimato, così simile allo scivolare in una rassicurante, per quanto fantomatica, medietà in cui tutto si confonde. Non c'è niente di male nel restare nell'ombra, sia ben chiaro - almeno, finché si tace. C'è molto di male, invece, nel voler restare anonimi e, al contempo, voler parlare. Parlare comporta sempre una buona dose di rischio; parlare significa caricarsi di una responsabilità, ossia porsi nella condizione di dare e ricevere risposte – ma, per farlo, bisogna essere qualcuno: un chi, oltre che un cosa. L'anonimo pretende di parlare dalla posizione privilegiata di chi non rischia niente (cfr. Piero Ciampi, Live al Tenco '76): nel buio della platea, è tutti ed è nessuno, non ha un volto ed ha tutti i volti. “Mi sta sulle palle il Bocchi” è un nome, forse? Sei solo un “modo di essere nei confronti del Bocchi”? E se il Bocchi non ci fosse più, cosa faresti? Cesseresti di esistere? Crediamo proprio di no: sei sicuramente molto di più di un accidente del Bocchi. Perché non lo sfrutti, allora, quel “di più”, per dire qualcosa che parli veramente di te? Ovvero, sei convinto che non ci sia niente da dire?
Soprassediamo sulla melmina pisciosa che, fortunatamente, non ci capita spesso di dover calpestare ed alla quale, nel caso, non poniamo mente più di tanto.
Grazie ancora, e sinceramente, per aver risposto al nostro invito.